Una bella storia sull’amore per gli animali, tratta dall’antico poema sanscrito Mahābhārata, in cui si parla di 5 eroi semidei, dotati di grandi virtù, nati da madre terrena e da padre immortale: gli imperiali fratelli Pandava.

Questi, alla fine della loro vita terrena, decidono di abbandonare agi e ricchezze per ritirarsi in meditazione e austerità nella foresta in attesa di entrare nella dimora celeste del dio-padre Dharma.

Nel cammino verso la foresta, in salita e sempre più faticoso, uno dopo l’altro fratelli Pandava si abbandonano ad una morte dolce. L’ultimo, l’imperatore Yudhistira, sempre più oppresso dal dolore e consapevole della sua fine imminente, continua la sua ascesa insieme ad un cane sbucato all’improvviso dagli alberi:  un bastardino dagli occhi dolci che si era unito al gruppo nella vallata.

Quando l’imperatore giunge alla vetta del Kailash, la porta dove entrano solo gli eroi, coloro che hanno messo fine al ciclo delle esistenze terrene, si apre ed Indra e tutti gli dei appaiono nella luminosità del mondo ultraterreno.

Yudhistira scorge festanti gli spiriti dei fratelli che lo hanno preceduto, ma non vede il volto radioso del padre Dharma. “Tu che sei stato il più giusto degli uomini”, dice Indra sorridendo, “vieni, entra con me in questa dimensione dove dimenticherai ogni peso delle tue passate esistenze”. Yudhistir accenna al cane di precederlo, ma il dio lo ferma.

“Lascia quel cane Yudhistira” gli dice, “non può entrare con te. Lascialo qui, non vi è nulla di crudele in questo”. ” Nulla?”, obietta l’imperatore. “Dovrei abbandonare qui solo e sperduto questo essere che si è affidato a me? “E’ solo un cane”, replica il dio, sempre sorridente, “lascialo alla sua vita, quale che sia. Tu sei già al di là di tutto questo”. “Ma non sono al di là della mia coscienza”, risponde Yudhistira. “Il suo abbandono offuscherebbe la serenità che tu mi prometti”.

Per quattro volte Indra enumera i vantaggi e le meraviglie della vita celeste che Yudhistira si è guadagnato e ogni volta lo invita ad abbandonare l’animale, che continua a fissare il suo compagno. Ma per quattro volte il figlio di Dharma risponde con ferma umiltà che questo non gli è possibile e che se il cane non può entrare con lui sarà lui ad aspettare sulla montagna finché abbia terminato il ciclo delle sue esistenze: “Solo allora, e non importa quando, entrerò nell’immortalità, nella pace del dovere compiuto”.

Nel momento stesso in cui Yudhistira, dopo l’ennesimo rifiuto, si china ad accarezzare il suo ultimo compagno, quasi ad assicurargli che non lo abbandonerà, l’animale si trasforma in luce, ed egli si trova dinanzi suo padre Dharma che gli dice: “Nessuno potrà mai eguagliarti dopo questa prova, figlio mio. Oggi hai dimostrato agli uomini e agli dei che ogni vita, in quanto tale, è sacra e sacri e indissolubili sono i legami fra tutte le creature viventi, legami di compassione e di aiuto che nessuno deve ignorare o dimenticare mai”.

Così l’imperatore e il dio, che si era fatto cane per mettere alla prova le virtù del figlio, entrano insieme nel fulgore dell’immortalità.

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